Scollinando.

A un certo punto, scollinando, Chi qui scrive vide la scena della foto allegata, cioè una mandria di mucche, ammassate alla partenza di un vecchio skilift, altresì detto sciovia. (La foto è sfocata per tutelare la privacy delle mucche in alpeggio).
Chi qui scrive era salito fin lassù, in una giornata particolare, materna, per trascorrerla nei luoghi dove, fin da bambino, amava sciare. La decisione aveva implicato una non facilissima pedalata, su sentieri poco ospitali, resistendo alle rampe cementate delle mulattiere che risalgono verticali le vecchie piste da sci, oggi abbandonatemulattiere inizialmente tracciate per i fuoristrada degli addetti agli impianti di risalita e oggi percorse solo dai fuoristrada dei cosiddetti malgari in alpeggio.
Sorprendendosi per la prestazione, Chi qui scrive dedusse che a portarlo su non poteva che essere una “forza di scopo”, ovvero il desiderio di far correre i ricordi lassù tra quelle vecchie piste, ricoperte di erba.
Si sciava, ai tempi, tra dossi e buche, ritagliandosi linee personali ai bordi delle piste, là dove non s’arrischiava nessuno, finendo talvolta abbracciati a un abete, nel senso letterale della frase. Gli sci erano rigorosamente di seconda mano, quelli affittati ai turisti delle settimane bianche e comprati a fine stagione, grazie a qualche amicizia.
Erano gli anni ’70 e ’80, quelli della neve ancora abbondante, inverni e alberghi tutti esauriti, in entrambi i sensi, e poi il boom delle seconde case, brutte che più brutte non si poteva, ma che spuntavano ovunque, come i funghi dopo la pioggia.
Finite le nevicate, di quell’epoca sopravvivono solo gli impianti di risalita, ferramenta arrugginita che cigola quando tira il vento, e le piccole cabine di legno di partenza e arrivo dei “ganci”, lasciate cadere pezzo dopo pezzo. Decine di piani di rilancio, falliti; una distesa di case abbandonate, troppo vicine tra loro per sentirsi soli, troppo distanti tra loro per creare un minimo di vita paesana, le imposte chiuse anche a ferragosto. Nei giorni normali sembra di essere tipo a Černobyl’; nei fine settimana, arriva qualche auto, d’estate in cerca del fresco, d’inverno del sole sopra le nebbie.
Un meraviglioso, struggente e vero luogo a meno, che ha fatto a meno della neve, degli sciatori, delle folle, spintoni e schiamazzi, ma che rimane lì, con quella delicatissima bellezza che solo l’abbandono sa donare, a chi la sa cogliere.
Ecco, scollinando, chi qui scrive ha pensato a quante volte è stato proprio lì, con gli sci, da ragazzino, e si fermava a guardare giù la folla di sciatori ammassati all’entrata della stazione di partenza dello skilift.
Una vita dopo, quella scena la rivede, riassunta in una mandria di mucche ammassate all’entrata di quella stessa stazione di legno sbiancato dal tempo, in attesa di uno skilift che non esiste più.
E così, Chi qui scrive, si ricordò di quel giorno in cui, siando, scoprì di stare sopra una striscia bianca di neve stesa tra i prati d’erba di una montagna senza neve e proprio quel giorno disse basta, smise di sciare e iniziò a cercare altri luoghi.

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