In un parcheggio, su un passo di montagna del Tirolo, a circa 2000 e passa metri, il posteggiatore è un ragazzo alto, magro, camicia bianca abiti neri, come Tony Manera di Saturday Night Fever, nero anche di pelle, con i capelli rasta, ricorda un po’ Dan Aykroyd in Una poltrona per due. Educato e gentile. Pago, parcheggio l’auto, zaino in spalla, gli ripasso davanti, in un suo momento di pausa, e lo vedo “rollarsi” una canna.
In un paese, in un negozio di prodotti tipici locali, all’entrata è esposta una bella giacca, quelle tipiche tirolesi. MI fermo, rovescio la giacca e leggo l’etichetta all’interno: 70% lana 30% acrilico, Made in Bangladesh.
Penso che le ultime originali le ho trovate in vendita al mercato della cittadina dove sono nato, in una bancarella, gestita da un ragazzo alto e magro, nord africano.
Escursione ad anello, in quota, transito su un altopiano di prati verdi, rasati che è una meraviglia, sembra prato inglese. Tre le altre, c’è una baita d’alpeggio, quelle costruite in passato per i montanari che salivano sui pascoli di montagna con le vacche e per il formaggio. La baita è ristrutturata e abbellita; la facciata frontale ora si apre con due imposte e una mensola che si ribalta all’esterno, come le baracche natalizie che si trovano nelle nostre città durante le feste. Dentro, c’è una gaia e garrula signora, vestita con i vestiti tradizionali, che vende confezioni di miele di montagna locale, non oso controllare la provenienza, mi fido, intanto parla con due escursionisti, fermatesi, raccontando dei vecchi di una volta che non si ammalavano mai, grazie al miele della montagna locale.
Su un sentiero incrocio un ragazzo, sta compiendo il giro in senso contrario al mio, mi chiede quanto manca al parcheggio “calcola – mi dice – che per arrivare fin qua ci ho messo – fa una smorfia col viso – un’ora, dai”.
Gli rispondo che nelle guide il giro è calcolato in 4 ore, dunque, devo rispondere 3 ore. Mi riguarda un po’ deluso, non per le 3 ore, ma perché non ho preso seriamente il suo record.
In un pomeriggio, annoiato, risalgo una pista da sci. Seguo una strada forestale, non so bene dove sto andando, ma intanto salgo in quota, non c’è nessuno e me la godo. Raggiunta la cima del monte, sbuco su un vasto prato pieno di giochi, bambini, mamme e papà stesi sull’erba, musica ad alto volume, due lama in un recinto, come attrazione. Scopro che lassù, sull’altipiano in cima salgono due cabinovie da due fondovalle, aperte e funzinanti pe il parco giochi in quota.
Nei paesi, generazioni e generazioni di montanari si sono succedute, abitando le loro case di pietra. Poi, un giorno, una cucina è stata aperta ai turisti. Poi qualche camera per la notte e la villeggiatura. Successivamente, la casa è stata trasformata in albergo, poi arriva la ristrutturazione intergrale, con le terme, la piscina, il solarium, i corsi su come accogliere i turisti, le associazioni di categoria. Un poco alla volta, le tipiche case dei paesi spariscono e diventano hotel moderni, o appartamenti per vacanze,. sempre moderni e i luoghi tendono ad assomigliarsi tutti.
Spostandomi in autobus, transito in un sottopassaggio stradale e là sotto leggo “Ein Volk, fuck Rom“, scritto con una bomboletta spray. Sorrido, pensando a quanto quella scritta, più che violenta, sia ridicolmente fuori tempo massimo.
Mi godo la vacanza. Nessun film o romanzo o altro riuscirebbe a inventare un mondo così, che mi ricorda un po’ quello ripreso da Fellini, triste, ingenuo, gentile ma finto, eppure verosimile come solo il turismo sa fare in modo caricaturale. È la realtà che diviene un’opera d’arte, è sufficiente girovagare, osservare e si aprono piccoli capolavori di romanzi d’appendice.
La montagna, come la si intendeva una volta, intendo quando chi qui scrive era ragazzo, non esiste più. Peccato, perché era bella, piacevole e costava poco. Inutile rimpiangerla, chi ha gambe, fiato e testa, se lo desidera, vada altrove, in luoghi inospitali o difficili da raggiungere. E si goda quelli. Ve ne sono ancora in grande quantità. In alternativa, oggi, c’è una montagna accessibile, con più servizi, sorrisi d’accoglienza, benessere e relax. Ma è qualcosa di diverso. Perché è peggio di più costosa: è inutilmente più costosa.
Della storia resiste un elemento solo, residuale: i cimiteri. Forse perché nonè così facile, per ora, eliminarli e costruirci sopra.
Là dove Napoleone non è passato, i cimiteri riposano ancora dentro i paesi, curati e quasi sempre collocati in posizioni soleggiate e panoramiche. La scelta del luogo dove collocare i morti, il dedicare a loro i luoghi più belli, non era casuale. Essa celebrava la persistenza dei morti nella comunità e il loro radicamento dentro il territorio, restare con vivi e le stagioni, in un tempo che scorre in uno spazio limitato e amato. È facile commuoversi davanti e dentro questi cimiteri che resistono là dove progressivamente tutto viene sostituito.
Ma va bene così. Sapersi accontentare rimane anch’essa una virtù residua di tempi passati.