Più volte, e da un bel po’ di tempo, capita di leggere sui social questo imperativo: “Studia!”, a conclusione di una risposta o commento.
Ora, rilevante è il senso che sembra essere sotteso a questa esortazione esclamativa, ovvero: se tu avessi studiato, anche tu saresti d’accordo con me! Il che assegna al verbo studiare l’acquisizione di un sapere unico, cioè uguale per tutti, ovvero che spazza via tutte le tesi imprecise, che solo un incompleto sapere può ritenere valide.
Studiare diviene così un percorso che conduce sempre e univocamente alle stesse conclusioni. Il che, scritto in tal modo, richiamerebbe più un indottrinare che lo studiare.
In altri termini, non sembra popolare né accreditata l’idea che saperne di più spesso conduce a capirne di meno, ovvero ad aumentare la propria ignoranza, nel senso di prendere atto di quanti aspetti, fatti, prospettive, tesi alternative etc. siano ancora da comprendere e approfondire, presa d’atto che conduce più nel campo delle probabilità che delle certezze.
Di tutto questo, in quel mantra, “studia!”, non sembra esservi traccia. Il che farebbe sospettare che si scambi studiare con, appunto, indottrinare, ovvero che chi lancia quel monito,”studia!”, in realtà manifesti poca o nulla pratica di esso.
Una volta, Winston Churchill scrisse o disse che “The greatest lesson in life is to know that even fools are right sometimes“. La qual cosa, in effetti, sarebbe davvero la lezione più grande. Dunque, lo studioso come lo scorrere del tempo e lo sciocco (fool) come le lancette di un orologio rotto. Prima o poi, segneranno entrambi la stessa ora precisa.
Quindi, sì, continuiamo a studiare, accogliamo l’esortazione e restiamo sempre in marcia, accettando il rischio di non segnare mai il tempo giusto, a differenza delle lancette ferme.
Studia!