“La povertà in democrazia è tanto più preferibile alla cosiddetta felicità sotto il dispotismo, almeno quanto la libertà è più degna di scelta della schiavitù“.
Democrito, fr. 251, Diels-Kranz.
Svolgimento
Chi qui scrive ricorda che, a Milano, talvolta parcheggiava la propria e vecchia utilitaria sul parterre di un viale alberato, con il risultato di ritrovare l’auto coperta di polvere e foglie. Nello stesso luogo, era talvolta parcheggiata una Ferrari, di colore rosso (si ignora, per incompetenza, il modello). Vicinanza che, a rifletterci, in un qualche modo pareggiava le due cosiddette ricchezze, nel senso che la relazione tra i due proprietari e le relative automobili era il medesimo, cioè senza compulsive attenzioni, nonostante le disponibilità economiche fossero quantitativamente non paragonabili.
Salto olimpico indietro nel tempo. Nei Memorabilia di Senofonte (circa 430/425-355 a.C.), il filosofo greco Socrate (470-399 a.C.), in un dialogo, afferma che, quando non si desidera niente di più di ciò che si possiede, non vi è differenza tra un povero e un ricco, perché entrambi sono soddisfatti con quel che possiedono, liberi da cupidigia. Al contrario, continua Socrate, si può essere poveri anche da ricchi, se quel che si ha non basta mai.
Tornando a Democrito (altro filosofo greco della corrente detta atomismo, 470/457 – 360/350 a.C.), la sua citazione forse si potrebbe spiegare così: temere la povertà, cioè il sentirsi poveri desiderando ciò che non si ha, e la conseguente paura sociale di apparire poveri, rappresentano un pericolo per la democrazia, perché tali sentimenti possono spingere a barattare la libertà, cioè la democrazia stessa, preferendole un potere tirannico che promette di soddisfare illimitatamente ogni desiderio, scambiando questa soddisfazione per felicità.
Pensierini buoni per gli incarti dei cioccolatini, si concluderà. Forse sì. O forse no. Si affermerà, e giustamente, che una società è un insieme decisamente più complesso di una massima di Democrito. Ed è sicuramente vero che il benessere generato dalla società odierna deriva dai consumi, al punto che il necessario, oggi, è garantito dalla soddisfazione del superfluo, attraverso la circolazione di denaro a debito, che stimola i consumi attraverso il perenne rinnovarsi del debito e dei desideri (il desiderio di ciò che non si ha è anch’esso un indebitamento).
Tuttavia, è anche vero che molte condizioni che tengono in piedi questa società non sono così manifeste. E i conti non tornano, Ad esempio, lo sfruttamento di risorse di territori lontani, ovvero il procurarsi ricchezza predando ricchezze altrui, con le buone o le cattive. Sfruttamento che, se si approfondisce un po’, non è tuttavia una caratteristica di oggi. Già nell’antica Grecia, la democrazia ateniese si interrogava su quanto la propria democrazia dipendesse dalle colonie, ovvero dalla forza navale militare ateniese. Il che è come chiedersi quanto la nostra società odierna si regga sulle flotte statunitensi della marina da guerra, quelle enormi e costosissime portaerei che pattugliano i mari e gli oceani, a tutela della libera globalizzazione delle merci, delle culture e degli uomini. Cioè che fanno funzionare Amazon.
Talassocrazia versus tellurocrazia. Salamina versus Maratona. Atene versus Sparta.
E ci si potrebbe anche chiedere quanto la rete internet, dove, non a caso, si naviga, non sia che la versione digitale della suddetta talassocrazia, il potere sul mare, con gli stessi, ovviamente più accelerati e tecnologici, scambi culturali, acquisti di merci on line, l’esotico ridotto in formato google maps etc.
Siamo in tanti, oggi, su questo pianeta. Una parte di quei tanti sono quelli definiti “cittadini consumatori” che, a quanto pare, mandano avanti il mondo.
Ecco, chissà che cosa accadrebbe se ciascuno di noi, tra i sopraddetti “cittadini consumatori”, iniziasse a domandarsi quali conseguenze procura la soddisfazione di un desiderio, moltiplicato per miliardi di analoghi desideri soddisfatti. Ovvero, se ci balenasse l’idea che il non fare qualcosa o, meglio, il non comprare qualcosa, potrebbe oggi essere l’unico vero contributo alla libertà e alla democrazia.
Impossibile, certo, le cosiddette narrazioni, ovvero le argomentazioni propedeutiche e persuasoria al servizio del odello dominante, ne impediscono la generazione di simili pensieri, e per fortuna, perché oggi viviamo anche noi in una democrazia marinara, una talassocrazia, che si regge su un cultura basata sul navigare lontano, nel desiderare ciò che è lontano, cioè ciò che non si ha, e diverso da noi, nella nuova e modernissima modalità senza fili (ma in realtà ve ne sono ancora di più) e senza muoverci dal divano.
Chissà, magari un giorno tornerà invece il vero Sandokan, a battersi contro l’impero digitale che naviga e domina i mari del web. Il quale Sandokan, infinita lode a lui, e non a caso, fu creato da uno scrittore che riuscì in un’impresa che, ai tempi, appariva impossibile: condurci, sulle sue pagine alate, a viaggiare in tutto il mondo, senza muoversi mai dal divano di casa, noi e nemmeno lui, Emilio Salgàri, che non si mosse mai di casa. Genio misconosiuto.
A questo punto, speriamo solo che il cioccolatino scartato sia buono.
(Immagine di copertina tratta dal film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, Lina Wertmüller, 1974, reperita sul web).