Ieri, Chi qui scrive ha abbassato l’entropia del sistema in cui abita. In pratica: ha pulito casa, con l’ausilio (anche) di una aspirapolvere a batteria di una nota marca. E fin qui, nulla di insolito.
Se non fosse che, giorni fa, quell’aspirapolvere non funzionava più: si era rotto il pulsante che ne comanda l’attivazione.
Un pezzettino di plastica. Dopo circa 10 anni di vita. Elettrodomestico datato: inviarlo in riparazione, costi esorbitanti; acquistarne uno nuovo, costi altrettato esorbitanti, perché nel frattempo la nota marca ha trasformato il suo aspirapolvere a batteria, un’ottima idea di partenza, in un apparato aerospaziale ridondante di narrazioni e prestazioni del tutto incomprensibili. Improponibile.
Prognosi, lasciando che tutto avvenga per spontanea caduta dei gravi e, a pensar male, per obsolescenza programmata: aspirapolvere da gettare, modello fuori produzione, invio in riparazione incerto e molto costoso. Opzione seconda: nuovo acquisto, minimo 5/600 euro, per un modello equivalente nelle prestazioni, ovviamente di altra marca.
L’amata moglie di Chi qui scrive, ribellandosi all’ineluttabile decorso della vicenda, trascorre una serata a navigare sul web.
Su Amazon, trova l’identico componente di plastica che incapsula il pulsante, prodotto in Cina. Prezzo: 40 euro. Quindi, sempre su Amazon, ordina una specifica serie di puntine da viti, per intervenire nella riparazione. Totale: circa 60 euro, spedizione compresa.
Quindi individua un cosiddetto “tutorial”, sul canale Youtube, che spiega come procedere al (non facilissimo, va precisato) smontaggio dell’apparecchio, con obbligo di estrazione del motore, previo svitamento di serie di viti e collegamenti elettrici.
Assolti i tempi di consegna, pochi giorni, con tutta l’utensileria a disposizione sul tavolo, overro componente di sostituzione, utensili e tutorial online, marito e moglie, persone prive di specifiche competenze tecniche, solo una discreta manualità, un sabato sera procedono alla riparazione.
Smontaggio, pulizia, sostituzione, rimontaggio.
Test finale: perfetto, l’aspirapolvere funziona meglio di prima.
Ora, tutto questo può sembrare banale, ma se ci si riflette un po’, tanto banale non è. Perché l’inevitabile iter di un prodotto, iter imposto dal cosiddetto sistema di mercato attuale (lo acquisti, lo usi, si rompe, lo getti, lo riacquisti nuovo) è stato “sconfitto” ma, attenzione, è stato sconfitto utilizzando risorse non solo evolutesi nel sistema stesso, ma e a tutti gli effetti parte intgrante di esso: Amazon, una multinazionale; il web, servizio multinazionale; YouTube, cioè Google, un’altra multinazionale, sono gli elementi che hanno permesso a un’anonima azienda di produzione low cost in Cina, in possesso dello stampo di un piccolo e specifico componete di una aspiravolvere non più in produzione (forse lo stesso stampo utilizzato in passato per produrre il pezzo da assemblare, per il brand, chissà), di essere su un catalogo mondiale (Amazon), di farsi trovare online (web) e di spedire quindi quel componente all’altro capo del mondo. Con la spedizione, attenzione, entra in scena un altro importante e decisivo fattore: il sistema di commercio e trasporto globalizzato, il mercato globalizzato (globalizzazione dei mercati) che poggia a sua volta sulla cosiddetta talassocrazia, ovvero il controllo delle rotte commerciali marine, ovvero le flotte navali pluriarmate, portaerei comprese, che pattugliano i mari.
In sintesi, due normali abitanti in un remoto e sconosciuto paesino di montagna hanno rovesciato il destino programmato dal sistema di produzione odierno (gettare l’aspirapolvere e comprarne uno nuovo), grazie a risorse messe loro a disposizone del sistema stesso.
Ovvero, hanno sconfitto il sistema col sistema. La forza della sua stessa forza. Una mossa di judo, insomma.
Ora, tutto questo che significato ha?
Per Chi qui scrive, innanzitutto, tutta questa storia significa che il sempre cosiddetto sistema industrial-tecnologico-commerciale globalizzato ha la piena certezza della propria solidità, al punto da permettere che queste piccole ribellioni di pseudo-anarchia DIY (Do It Yourself) si compiano senza problemi, certo, il sopraddetto cosiddeto sistema, che tali atti di ribellione non potranno mai divenire così estese e sistematiche da minacciare il sistema di cui sopra. E, nel frattempo, il sistema “ci” guadagna anche su questi piccoli e trascurabili atti rivoluzionari DIY; poco, ma ci guadagna. Il mercato del capitalismo è come il maiale: non si butta via nulla. Nemmeno 70 euro. Bravi.
Secondo. Felicemente chiusi nella propria nicchia ecologica di un remoto e anonimo paesino di poche case in una sperduta periferia tra monti a loro volta felicementi presidiati da zecche (per lo più Ixodes ricinus e Rhipicephalus sanguineus) e dislivelli (per lo più barbari), due persone inutilmente istruite (marito) e pratiche del mondo digitale (moglie), entrambe che “sanno parlare latino” (cit) sono riusciti, nel loro insignificante e trascurabile piccolo, a usare le infioriscenze del sistema per battere il sistema stesso, ma solo e ovviamente perché il sistema glielo ha permesso.
Anche così limitato, comunque, l’atto resta emblematico quale piccolo gesto ribelle, spontaneamente generatosi da un controllo umanistico dei propri comportamenti, ovvero la soppressione di un illimitato desiderio di acquistare nuovi prodotti, gettando i vecchi, e da una discreta padronanza manuale di alcuni utensili oggi di uso comune, ovvero il mondo digitale e quello tecnico. Insomma, qualcosa che rommanda il muratore che sa il latino di Adolf Loos.
Risultato: Chi qui scrive ieri, domenica, non ha solo ha pulito casa, nel suo solito faccia a faccia con la più tremenda e implacabile forza dell’universo infinito, l’entropia, il degrado spontaneo e irreversibile di ogni sistema verso il disordine, ma ha celebrato una piccola, sì, ridicola, ma personale vittoria contro un altro sistema, il cosiddetto Sistema, con un Do It Yourself, pur consapevole, Chi qui scrive, che il suo atto è anch’esso ineluttabilmente compromesso, ovvero reso possibile anch’esso da un processo globalizzante violento, tale da impedire di considerarlo di un atto di resistenza non violento, come, nei fatti e nella persona, vorrebbe essere. Pia illusione, di cui Chi qui scrive non è disposto a compiacersi,
E forse (forse) questo è l’insegnamento più utile di tutta questa ridicola vicenda: è impossibile, oggi, uscire dalla compromoissione col cosiddetto sistema in cui viviamo; possiamo ridurla, ma non eliminarla, perché oramai troppo dipendenti da essa, per una definitiva presa di possesso del nostro sistema nervoso e immaginativo.
Salvo non ricorrere alla scelta estrema, cioè al rifiuto integrale di ogni compromesso, scelta che Chi qui scrive ha la presunzione di conoscere, cioè di conoscere quanto essa sia devastante nelle conseguenze e quanto essa presupponga, quale condizione attuattiva altrattanto estrema, di predisporsi a un esito infausto e, se non si è fortunati, pure doloroso.
Fine di questa Storia felice di una piccola e trascurabile ribellione, che Chi qui scrive spera di aver reso in tutta la sua felicità e irrilevanza.