(S)tra città e paesi.

Trastulli, appunto, come da immagine di copertina, sorti e scritti consultando distrattamente le varie statistiche e cartine relative al voto del referendum per la giustizia. Statistiche che appaiono confermare una divisione dell’elettorato tra città e paese, ovvero tra realtà metropolitana e… già, e cosa? Primo inciampo.
Provincia o”realtà provinciale”? Sì, potrebbero andar bene, se non fosse che molte realtà metropolitane appaiono talvolta più “provinciali”, nel senso esteso del termine, cioè conservatrici nella sostanza, mai nella forma, di certe realtà extraurbane.
Rurale? Sì e no, perché oggi vi sone zone fortemente industrializzate, dove l’agricoltura è attività residuale, se non scomparsa, soprattutto al nord, dove la contrapposizione tra paese e città è apparsa più marcata. Periferie? È un termine che acquisisce un signoficato solo in riferimento a una città, dunque non sembra appropriato.
Insomma, non è così semplice contrapporre a “metropolitano” il suo contrario. O forse proprio scrivere “il suo contrario” potrebbe andare bene, se non fosse che impone una opposizione a priori.
SIa come sia, questa contrapposizione, tra città e paese, rimane perché si ripresentata in forma statistica ed evidente alle varie votazioni. Così è stato per la Brexit; poi per la (seconda) elezione di Trump; poi, recentemente, per il referendum 2026 in Italia. Referendum dove vi era da decidere per il sì o per il no, alternativa semplicissima, e la contrapposizione tra voto in città e voto altrove è stata abbstanza evidente. Con una nota più caratteristica: le città e realtà metropolitane hanno scelto in senso conservativo; mentre altrove, nelle zone della cosiddetta provincia, hanno prediletto il cambiamento.
Con tutto l’annesso corredo folkloristico, tra “le ZTL radical chic” e chi già un chilometro fuori dalle ZTL vede popolazioni dedite al cannibalismo. Niente di tutto ciò, ovviamente.
Si richiamano alla mente le più nobili schermaglie letterarie di “Stracittà” e “Strapaese”, ecco il senso del titolo a questo post, degli anni venti del secolo scorso, con tutto il loro corredo di riviste e intellettuali schierati dall’una o dall’altra parte. Il paragone, tuttavia, non regge: altri tempi, altre scuole, altre persone e una società del tutto differente.
Oggi la città importa alimenti dall’ester(n)o per rifornire i propri ipermercati e da questo approvvigionamento dipende sempre più; il mercato ortofrutticolo è oramai più colore che altro. Allo stesso modo, il paese telefona e naviga grazie alle antenne delle compagnie internazionali e, dove può, il paese vive di turismo e imu sulle seconde case. Città e paese hanno entrambe perso la loro autonomia e, di conseguenza, la loro identità. Infatti, generalizzando, le città non hanno più le industrie che le hanno sviluppate, perché delocalizzate altrove per fare spazio a centri culturali e artistici; i paesi non hanno più campi coltivati, sostituiti da villette a schiera, centri fitness, datacenter e magazzini.
La differenza, tuttavia, tra città e paese sembrerebbe (condizionale d’obbligo) sopravvivere a livello culturale. E il referendum lo avrebbe confermato. Perché?
L’urbanizzazione è inarrestabile, oramai la maggioranza della popolazione mondiale risulta risiedere o sopravvivere in città. Le megalopoli da decine e decine di milioni di abitanti sono una realtà e in pieno sviluppo. Poi c’è l’aspetto forse più improbabile, ovvero che spesso una vivacità culturale e creativa sembra fiorire di più nelle realtà rurali che metropolitane. Negli Stati Uniti , ieri, nell’ottocento, uno dei movimenti letterali e filosofici più noti nacque e creò in un piccolo paesino, Concord, nello stato del Massachusetts. Oggi, alcuni dei più originali autori del novecento arrivano dalle zone rurali più povere. Potrebbe essere il loro proverbiale canto del cigno, o forse no.
Tornando in Italia, secondo i recenti dati del referendum per la giustizia, il cambiamento avrebbe prevalso nelle zone di provincia, appunto, soprattutto al nord. Perché?
Quali fattori hanno agito su questo risultato così contrapposto?
E come mai questo fenomeno appare essere stato diffuso al nord e meno nella atre regioni d’Italia? Cioè, coerentemente con quanto premesso, nelle zone ex rurali degradate del nord, più che nelle zone rurali ancora tali, più presenti, per nostra fortuna, almeno al centro e sud Italia, forse per motivi geografici e lavorativi.Dunque, il desiderio di cambiamento nasce dal disagio? Dalla perdita di identità territoriale?
Qui si va, come da programma, a zonzo tra informazione stili di vita e dunque senza una meta precisa, me che meno con risposte certe e intelligenti. Per bighellonare senza meta non occorre essere intelligenti e anche Chi qui scrive non intende usurpare titoli, dunque va a zonzo swenza neppure il beneficio di una risposta.

(Continua, forse).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *