A noi sembra che il fatto sia questo: per togliere la parola, la parola, a quel qualcuno, devi averla prima data.
“Dare la parola” è un atto molto complesso, perché non vuol dire concedere a qualcuno di parlare, ma significa offrire a qualcuno un uditorio, ovvero un pubblico disposto ad ascoltarti, perchè qualcun altro, qualcun altro in cui quel pubblico ripone piena fiducia, ti ha dato facoltà di parola.
Ora, il pubblico ascolta quel qualcuno parlare, con la certezza che dirà qualcosa di condivisibile, nel senso di già condiviso, cioè che dirà qualcosa che non turberà la disposizione dei significati e l’ordine del discorso in cui l’uditorio ha riposto e ripone la propria visione del mondo, ovvero il proprio senso di verità e di giustizia, per abbassare l’angoscia di fronte a ciò che, senz quell’ordine, torna incomprensibile attorno a noi.
Per tutti è così, così come tutti ci alziamo al mattino, riconosciamo e seguiamo il significato dei cartelli stradali e le regole del Codice della Strada, senza la quali camminare, guidare o pedalare in una città sarebbe un’impresa folle. Nessuno di noi, ogni nuovo mattino, discute sull’iconografia di un cartello stradale, dando ad esso il significato che quel marttino riteniamo più preciso. Lo segue e basta, il cartello, perché sa che così fanno tutti.
Ora, se dare la parola significa offrire un uditorio disposto ad ascoltare, significa che quell’uditorio non è un uditorio universale, da convincere, ma è un uditorio particolare da persuadere (cfr. Perelman Olbrechts-Tyteca, 1958), nei suoi pregiudizi, quei pregiudizi a cui quel qualcuno che parla si rivolge. A loro e a nessun altro.
Se quel qualcuno ha manifestato opinioni o idee che escono dall’ordine del discorso che accomuna l’uditorio (ecclesia), chi gli ha dato la parola, ora gliela toglie. Niente di sbagliato.
Il punto, dunque non è farsi togliere la parola, ma averla cercata.
A Chi qui scrive nessuno toglie la parola, perché mai nessun gliel’ha mai concessa. Chi qui scrive scrive e basta, scrive a sé stesso, senza la preoccupazione di dover corrispondere a un uditorio, e di rispondere ad esso, ovvero a una comunità, ovvero di conformarsi ad essa.
Scrivere per nessuno significa scrivere per niente.
Conformismo vuol dire assumere e condividere la stessa forma, ovvero essere riconoscibile ad altri assumendo la loro stessa forma, condividendo una fede, una opinione, o anche condividiendo il significato di una parola (dare la parola, dare la propria parola, nel senso di poer contare sul significato condiviso di una parola), cioè parlare attraverso significati comuni, ovvero uscire dalla solitudine. Attraverso la condivisione del significato delle parole si può avere a che fare con gli altri, invece che con sé stessi. Sé stessi, cioè non si sa bene con chi. Sì, sì, hai voglia di conoscere te stesso… di contemplare il tuo ombelico, onfaloscopia.
Aver a che fare con sé stessi vuol dire darsi da soli la parola e i suoi signficati. Troppo complicato, faticoso e rischioso.
Il conformismo dà, ma anche chiede e toglie: chiede di non uscire dal suo ordine, dalla forma. La Chiesa cristiana, quella che ha fatto della comunione, l’ecclesia, il fondamento della sua stessa dottrina, è sempre stata spietata con eretici e apostati, ma accogliente con i pagani. Chi demolisce l’ordine del discorso dal suo interno di esso, usando la sua conoscenza per rivolgerla contro di esso, è un nemico mortale, che vuole rinchiudercei nella torre di Babele, dove le parole hanno milla significati, il discorso senza ordine precipita nel caso.
Il pagano, invece, è l’innocente perché ignaro della buona novella. Anche Dante li colloca nel Limbo, dove la parola è nulla, perché non avendo conosciuto la vera fede, non possono aver peccato contro di essa, cioè non possono aver travisato la parola.
Eretici e apostati, i banditi, coloro che hanno ricevuto il banno, cioè coloro cheleggono tra le righe, complicando ciè che sulle righe è facile da comprendere, sono colpevoli e l’inquisizione ha l’obbligo di colpirli, condannarli al rogo, per la salvezza non delle loro anime, chissenefrega delle loro anime, ma della persuasione di noi tutti, milioni di fedeli che nella fede pre-giudicata riponiamo la nostra salvezza, cioè la possibilità di non conoscere noi stessi, cioè l’orrore.
Il conformismo dà, ma anche chiede e toglie. E se Erri, perché hai scelto te stesso, invece del significato condiviso di una parola, allora la parola ti sarà tolta e sarai condannato a parlare solo a te stesso e non più ad altri che ti applaudono, da un palco di una rassegna culturale.
Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Si dice così, no?
E finirai anche tu per perdere il centro, a combattere il mondo.
Parole, nient’altro che parole.
Una parola ancora
Parole, parole, parole
Ascoltami
Parole, parole, parole
Ti prego
Parole, parole, parole
Io ti giuro
Parole, parole, parole, parole
parole, soltanto parole
parole tra noi.
Mina e Alberto Lupo, 1972.
©Foto di copertina di Robert Doisneau (1912-1994).