Pregiudicato.

“Come mai qui, non pensavo tu fossi interessato a queste cose!”.

“Pregiudicato”, alla lettera, significa “giudicato prima”, ovvero oggetto di un pre-giudizio. Nei fatti, un pregiudicato è dunque una persona, la sua identità, definita da e ridotta a il suo passato, ovvero ad azioni, atti, scelte compiute, opinioni espresse da quella persona in passato.
In sintesi, pregiudicare è essere giudicati nel presente in base al passato. Il presente, in tal modo, non esiste più.

Tale termine, “pregiudicato”, è stato utilizzato molto nell’ambito giuridico: un pregiudicato è colui che è già stato giudicato da un tribunale per dei reati compiuti in passato. Nei film, siamo abituati a vedere che un pregiudicato è il primo sospetto: se ha già compiuto un reato, vuol dire che può essere indiziato di averlo compiuto nuovamente.

Apro un social e mi fermo su un video. “Clicco” su di esso e lo guardo, per interesse, o per noia, curiosità. Non importa. Quella mia scelta viene immediatamente memorizzata in un data base e collegata alla mia identità digitale. Quindi, un algoritmo, o qualcosa del genere, fa sì che, se rientro in quel social, trovi video o post analoghi o simili a ciò su cui ho femato la mia attenzione in passato.
La mia identià digitale è così la traccia di ciò che ho lasciato online in passato, utilizzando un apparecchio, device, collegato alla rete.
Sono a tutti gli effetti, un pregiudicato.
E quella traccia, come una fedina penale, mi seguirà ovunque, in un negozio, in una chat, nella pubblica amminstrazione, ovunque, e a ogni mio accesso e a ogni mia scelta, quella traccia si arricchirà di nuovi dettagli, si perfezionerà nel definire la mia identità. Il mio presente, ciò che sono e mi sento in questo preciso momento, hic et nunc, non ha alcun valore. Il mio presente è sfuggente. La mia curiosità, il mio desiderio di scoprire cose nuove, di valutare qualcosa di completamente diverso, il mare invece delle montagne, o di ascoltare opinioni del tutto discordi, il rosso invece del nero, o di scoprire emozioni nuove, non hanno valore. Perché la mia mutevolezza, la mia creatività, il mio slancio vitale, la mia capacità di progettare e riprogettare, di cambiare, non sono prevedibili, quantificabili, registrabili in un tempo utile, dunque non hanno valore di mercato.
La persona mutevole e creativa è antisociale.
È molto più facile presupporre, dunque anticipare, e dunque ogni condizione che impedisca di cambiare idea va incoraggiata, così da permanere nell’ambito di quella identità digitale memorizzata in un data base, quella su cui il mercato può fare delle proiezioni concrete.

Oggi siamo tutti pre-giudicati, esattamente come lo è chi ha commesso un reato, e, come il malavitoso, il cittadino consumatore modello è colui che conferma quel pregiudizio, preché così aiuta il sistema a funzionare ottimamente, e se cambia opinioni e preferenze, le cambia molto lentamente, seguendo, piuttosto che contraddicendo, le tendenze indotte collettive. L’individuo ha valore all’interno di una quantità di dati digitali, che quell’individuo ha il compito di confermare.

Ebbene, tutto questo non può essere considerata una novità, ma una novità è senza dubbio l’estensione e la pervasività, pervasione (perversione), di questo pregiudizio, che potenzialmente pervade ogni più intima piega anche dei nostri pensieri e che oggi, grazie alle tecnologie digitali e alle esponenziale crescita delle capacità di memorizzare dei data base, è divenuta realtà.
Cosa tutto questo comporti e come tutto questo possa modificare la nostra relazione con la realtà, con il mondo e con gli altri, per ora e a quanto sembra, rimane una incognita.

“Come mai qui, non pensavo tu fossi interessato a queste cose!”.
“Ti dirò, essere qui stupisce anche me”.

©Foto di copertina di Robert Doisneau (1912-1994).