Elogio della bruttezza?
Sì. Perché, a differenza della bellezza (qui), dedicare attenzione alla bruttezza è faticoso. Inutile girarci intorno, la bruttezza è scomoda. Ma è proprio perché faticosa e poco attraente che la bruttezza oggi ha un valore e può essere la nostra fortuna.
Oppressi da un immaginario che elogia la bellezza, la bruttezza non può essere interessante. Nessuno, se può, opta per vivere o frequentare un qualcosa di scomodo, inospitale e, in definitiva, di brutto.
Non interessando a nessuno, oggi la bruttezza guadagna tuttavia un qualcosa di inestimabile: la libertà. Estranea a ogni interesse, turistico, estetico, speculativo, estranea dunque alla conditio sine qua che guida la mercificazione, la bruttezza diventa una “zona franca” e libera.
La bruttezza non attrae investimenti. Viene dunque scartata. Le strade la attraversano il più velocemente possibile, quale inutile ingombro tra una bellezza e l’altra. Ebbene, proprio lì si può forse tornare ad essere liberi.
Perché oggi, si salvano solo i luoghi che non suscitano alcun interesse e, in quanto brutti, hanno un’alta probabilità di essere lasciati nella loro proverbiale e santa pace.
Ecco, si potrebbe proprio definire “bruttezza” ciò che è ritenuto poco interessante, economicamente non sfruttabile, esteticamente poco attraente dal canone di valori, gusti, giudizi in cui oggi viviamo. Dunque, la bruttezza è qualcosa di brutto non in sé, ma in negativo, qualcosa al di fuori di un interesse comune.
La bruttezza ha un altro elemento interessante: costringe a esercitare e rafforzare la nostra più importante facoltà: l’immaginazione o creatività.
Nessuno omologa la bruttezza, nessuno la correda di un immaginario attraente e appetibile, pronto all’uso, già approvato, che la rende desiderabile. La bruttezza è un foglio bianco, sgualcito e gettato in un cestino. È un luogo e un immaginario tutto da costruire: la libertà della bruttezza consiste nel dover e poter crearvi tutto ex novo, con immaginazione e creatività.
La bruttezza, ovvio, non è per tutti, bensì per pochi, cioè per coloro disposti a far fatica per coglierla e adattarsi a ciò che è scomodo per tutti gli altri, pur di preservare la propria libertà e indipendenza. Cioè per coloro capaci di “trovare l’alba dentro l’imbrunire“, come cantava Franco Battiato*, traguardo, avvertiva il maestro del cantante, difficile ma possibile.
La bruttezza non inganna, è quel che è, e si trova ovunque, in un luogo abbandonato in mezzo al nulla o in uno di quei paesi che si passano via, correndo sulle strade**: “Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto o dai treni, un’altra vita sogna. Deformi o neri o folli, fuggiaschi di ogni risma, stranieri in ogni contrada“.
Per Chi qui scrive non esiste una migliore descrizione, di ciò che qui si intende per bruttezza, di questa dello scrittore statunitense Cornac McCarthy***.
La bruttezza non salverà forse il mondo, o forse sì.
Nel frattempo, può salvare chi sa trovare in essa l’alba, tra gli interstizi di questo mondo.
La bruttezza è un programma, anzi, una modesta proposta: cercare e rifugiarsi nei luoghi scartati, scabrosi e ignorati, cercare nella bruttezza e nel suo disagio l’ultimo spazio per essere liberi e indipendenti.
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*Franco Battiato, Prospettiva Nevski, 1980.
**La “gentrificazione” ha reso oggi instabili le periferie metropolitane, la cui bruttezza non può più dunque ritenersi salvaguardaia di disinteresse. I luoghi naturali brutti hanno invece una sola minaccia, abbastnza grve: il sottosuolo, dove giacimenti o risorse possonono trasformarli in luoghi da sfruttare. Nulla è sicuro, in questa vita. Il perciolo è sempre dietro l’angolo. Ma luoghi brutti ve ne sono infiniti, dunque si può essere ottimisti.
*** Cornac McCarthy, Suttre, 1979.