(Premessa: ridere e sorridere sono tra le più belle espressioni della vita. Quanto segue non è un inno a Jorge da Burgos, monaco immortalato da Umberto Eco, in Il Nome della Rosa, ma un modestestissimo frizzo contro la tristezza della risata artificiale, appunto e punto).
Il tre ore di buon umore,
il ridere, ridere, ridere.
(cit. Gastone, di Ettore Petrolini, 1924).
Qui si scrive di quelle trasmissioni radiofoniche che “vanno in onda” al mattino, più o meno dalle 6 alle 9, allorquando ogni Paese industrializzaton si mette in moto, tra le sue vie e città, che poi, più che in moto, si mette in auto, per raggiungere il luogo di lavoro.
È lì, in quel tempo, che, qualcuno lo deve aver pensato, si decide la giornata produttiva, il buongiorno si vede pur sempre dal mattino, e dunque lì, in quel tempo trascorso da casa al lavoro, in auto o mezzi pubblici, si deve intervenire per dare la sveglia e predisporre al meglio il lavoratore.
Ecco, proprio per questo scopo potrebbero essere nate quelle trasmissioni radiofoniche in cui saluberrimi personaggi, saluberrimi per contratto, garrulano di notizie e amenità varie, ma soprattutto ridono, ridono e ridono, tanto che il garrulare di amenità varie è null’altro che una pausa tra un ridere ridere ridere e un altro, giusto per tirare un po’ il proverbiale fiato, spesso affaticato.
Questa specie di frittura mista di lazzi, ciarle e ridere, tanto ridere, condita in gaiezza corale, è un indubbio e riuscitissimo conviviale di trastulli on air di buonumore, tra speaker radiofonico e radioascoltatore, vòlto ad alleggerire quest’ultimo, distogliendolo altresì dal torpore, nel mentre si reca sul luogo di lavoro.
Ed è già finita, è finita qui, è irrimediabilmente finita.
Dunque, ridiamoci sopra. O ridiamoci un contegno. A scelta.