Intanto gli dei sedevano, riuniti attorno
a Zeus nella stanza del pavimento dorato, e tra loro l’illustre Ebe
versava il nettare; ed essi con le coppe dorate
brindavano l’uno all’altro, guardando la città dei Troiani“.
Omero, Iliade, libro IV
Svolgimento
Di questi tempi va per la maggiore l’Odissea, per ragioni che nulla hanno a che fare con l’Odissea, tantomeno con Omero. Omero, o chi per lui, che compose, si sa, anche l’Iliade, da᾿Ιλιάς “di Ilio, di Troia”, ovvero sulla decennale guerra omonima. Il nostro Vincenzo Monti ne realizzò una traduzione oggi abbastanza ignorata, ma importante. Le citazioni qui riportate sono invece della traduzione di Guido Paduano, fedele al testo omerico.
E dal libro IV, sono tratti i versi del titolo. Che rappresentano gli dei mentre mangiano e brindano piacevolmente, guardando giù la città di Troia, dove nel frattempo achei e troiani si scannano l’un l’altro, e operando affinché quello scannarsi possa durare il più a lungo possibile, per il loro divertimento.
Nell’Iliade gli dei manipolano gli eventi terreni, partecipano ad essi sotto mentite spoglie o tramite semidei imbattibili (beh, quasi imbattibili) come Achille (un specie di doping divino), ribaltano le sorti di una battaglia.
“Al destino (Μοῖρα), ti dico, non può sfuggire nessuno degli uomini” ricorda Ettore, che al suo destino andrà consapevolmente incontro alla fine del poema.
Ora, in più parti del poema, un guerriero è definito valoroso se forte nella battaglia, ma anche capace nel consiglio, cioè a parlare e persuadere.
Armi e parole, dunque.
“Figlio di Tideo, tu sei il più forte di tutti in battaglia, e anche in consiglio (Bulè) sei il migliore dei tuoi coetanei” (libro IX).
Simili definizioni ricorrono spesso in altri contesti dell’Iliade.
“Achille figlio di Peleo, di gran lunga il più forte dei Greci, tu sei migliore di me e molto più forte con la lancia, però io potrei superarti in sagacia, perché sono più anziano e più esperto“, osa dire Odisseo perfino ad Achille, nel libro XIX.
Ma Omero ricorda anche il pericolo di sopravvalutarsi: “Ettore, tu sei impossibile da persuadere con le parole; poiché il dio ti ha concesso più che ad altri la forza in guerra, credi anche in consiglio di essere superiore agli altri; ma non può essere che abbia preso tutto tu solo“, si legge nel libro XIII.
Dunque, gli dei brindano e si divertono, gli uomini fanno la guerra e parlano in consiglio. Lancia e lingua si equivalgono. Ma ben sanno, gli uomini, che per quanto lavorino e soffrano, combattano e discutano, alla fine il solo capriccio di un dio può ribaltare le sorti e vanificare ogni opera umana compiuta.
E proprio qui, nello scarto, sta l’attualità dell’Iliade, poema epico che narra la condizione dell’essere umano odierno, la cui opera appare oggi sempre più minimizzata da domini tecnologici e di potere.
E qui ora, come in ogni buon tema, ci vorrebbe una conclusione. Se non una morale. Ma, in realtà, una conclusione non c’è. Tantomeno una morale.
Intanto gli dei sedevano, guardando la città di Troia.