L’esperto risponde.

Questa mattina, alla radio, Chi qui scrive ha sentito formulare una domanda, più o meno così: “Perché, quando qualcuno salva una persona nell’atto di suicidarsi, viene chiamato eroe, mentre nessuno chiamerebbe eroe qualcuno che avesse irrotto* in casa per salvare le gemelle Kessler?”.
Già, perché?
Qual è la differenza?
Ad esempio, la differenza con uno dei tanti, tragici suicidi, sotto i treni, giù dai ponti, drammi di malattie, angosce, solitudini, povertà, problemi psichiatrici.
Chi qui scrive crede che la differenza stia nel fatto che le gemelle Kessler sono state autorizzate a suicidarsi da una istituzione statale. O, più precisamente, da alcuni esperti incaricati da una istituzione per valutare la liceità o meno di un suicidio.
Esperti, dunque.
Se io noto una persona nell’atto di gettarsi da un ponte, la avvicino, e la persona mi dice che è laureata in medicina con specializzazione in bioetica ed è fermamente decisa a gettarsi, giuro le spalle e me ne vado?
Mentre, che so, se la persona che si vuole gettare dal ponte parla sgrammaticato, appare povera, disperata e poco istruita, allora io ho il dovere di fermarla?
L’idea che sia un esperto a decidere se io posso o no morire è oltremodo terrorizzante. Il fatto che le discussioni di questi giorni siano nate da un gesto autorizzato da uno Stato come quello tedesco, con il passato che ha sulla questione dell’eugenetica e l’Aktion T4, è oltremodo macabro.
L’Aktion T4, ovvero il programma di soppressione delle vite ritenute “indegna di essere vissute”, era pienamente in linea con uno Stato che tentò di imporre un totalitarimo compiuto, ovvero il controllo totale delle vite altrui. È utile ricordare che, dietro il programma di eugenetica e la sua applicazione, lavoravano esperti medici e scienziati incaricati di decidere se una vita fosse degna o indegna di essere vissuta.
Aktion T4 non era perpetrata da bestie crudeli, ma da persone altamente acculturate e preparate. Tanto è vero che programmi simili, ma molto più discreti, si rimposero in alcuni Stati del nord, dopo la guerra, negli anni 60/70.
Ora, vien da chiedersi: chi sono gli esperti?
Perché ne abbiamo osservati molti, in tv, nei vari talk show, accusarsi reciprocamente di incompetenza, durante gli infelici tempi della cosiddetta pandemia. E ne osserviamo tanti altri acquisire fama di esperti, perché, sempre in tv, parlano di storia, o religione, o comunque di argomenti che sarebbe meglio lasciare discutere ad altri.
E maledetti podcast.
Visto che è nominata oramai in ogni proverbiale salsa, sarà forse l’intelligenza artificiale a decidere se la nostra vita è degna o indegna di essere vissuta? Sarebbe una candidata ideale.
Insomma, sugli esperti, su chi sia ritenuto esperto, o su che cosa debba decidere, qualche dubbio sorge e lecitamente.
Dobbiamo a un mitissimo scrittore francese, Gustave Flaubert, l’aver trasformato la stupidità in un argomento serissimo e di aver intuito, ai suoi albori, l’emergere dello stupido con laurea, cioè di come la stupidità si evolve insieme al sapere scientifico**.
In sintesi, Flaubert ha intuito l’evoluzione dell’istruzione scientifica da esercizio di intelligenza a esercizio di potere (pratica che, ovviamente, precede di millenni il sorgere della scienza).
Prima di Flaubert, lo stupido era una persona ritenuta intellettualmente carente; dopo Flaubert, lo stupido insegna all’università, ti spiega le cose e ti visita indossando un camice bianco.
Tutta l’opera di Flaubert è stata poi riassunta in una frase, marmorea, dallo scrittore Gilbert K Chesterton: “Senza istruzione, cadiamo nell’orribile e mortale pericolo di prendere seriamente le persone istruite“, (Without education we are in a horrible and deadly danger of taking educated people seriously).
Va bene. Ma in concreto, e senza trastullarci con sillogismi, di chi possiamo dunque fidarci?
Semplice: di nessuno, inserendo in quel nessuno anche noi stessi.
Perché non esiste nessuno e niente che ci possa sollevare dalla fatica e dall’essere coraggiosi, cioè che possa sollevarci dal rischio di scambiare una persona intelligente con una istruita, o una verità con una verosomiglianza.
Chi qui scrive, ad esempio, non è una persona intelligente, ma un qualcuno che può scrivere di qualunque argomento, cioè uno che non ha nulla di intelligente da scrivere, ma lo sa scrivere discretamente bene.
Così come “non si deve mai andare in Germania”***, si deve sempre diffidare di persone come Chi qui scrive.
Insomma, non c’è nessuno e niente che possa sostituirci nel rischio delle nostre scelte e dalla fatica di cercare di capire, sempre e ogni volta di nuovo, che cosa sia meglio per noi.
Il potere sfrutta sempre il peso che il libero arbitrio, o quel che è, fa gravare sulle nostre vite. Chiunque di noi cede volentieri pezzi di lbertà per una sicurezza senza fatica, inconsciamente indotto in questo da milioni di anni di sofferenza depositati nel nostro cervello.
Il fatto è che non c’è alcuna ragione per vivere. Non c’è alcuna ragione nemmeno per nascere o per dare la vita. Non c’è nessuna ragione neppure per alzarsi la mattina.
Eppure accade e l’unico motivo per cui accade, per cui si va avanti, è il coraggio che sappiamo tirar fuori, l'”avere cuore”, il non arrendersi e provvedere al meglio a quel che serve. Ogni persona che, al mattino, si sveglia e si alza, compie un atto eroico di coraggio.
Certo, si può rinunciare, ovvio che si può.
Ma proprio perché la tentazione di rinunciare è forte, è giusto incoraggiare chi, invece, testardamente va avanti, nonostante tutto e tutti. E tutti noi sappiamo che quel “tutto e tutti” è ben pesante da sopportare.
C’è quell’esemplare passaggio di Morte a Venezia, in cui Thomas Mann scrive: “Quasi tutto ciò che esiste al mondo di grande è una manifestazione di resistenza, è sorto cioè nonostante il dolore e la sofferenza, nonostante la povertà, l’abbandono, la debolezza fisica, il vizio, la passione e mille ostacoli“.
Ecco, di troppo, in quella frase, c’è solo quel “di grande“. Perché la resistenza e il coraggio di andare avanti si manifestano anche e soprattutto nel piccolo, insignificante quotidiano, nel trascurabile mediocre che vivve in ciascuno di noi e si va avanti, nonostante tutto e tutti.
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti.
Riecco, elogiamo questa contentezza, perché a volte il coraggio ha bisogno di tanto coraggio.


*Il participio passato di irrompere è, correttamente, “irrotto”. Eppure, leggendo “avesse irrotto”, si percepisce un erroraccio.
In effetti, il caso di “irrompere” è particolarmente affascinante: alcuni dizionari negano che abbia il participio passato, dividendosi anche sull’eventuale ausiliare, essere o avere, mentre altri ne attestano l’esistenza, anche se ne segnalano la scomparsa nell’uso.
Questa è l’eterna differenza tra l’uso di una lingua e il purismo della forma. Ecco, è bene diffidare anche di chi vsi esibisce con queste divagazioni pseudo colte: quasi sempre lo fa perché non ha nulla di intelligente da proporre.
**Scrive Milan Kundera: “La stupidità non cede davanti alla scienza, alla tecnica, al progresso, alla modernità, anzi, con il progresso, progredisce anch’essa“. (Arte del Romanzo, Milano 1988).
L’evo moderno è finito. Comincia il medio-evo degli specialisti. Oggi anche il cretino è specializzato“. Il sempre fulminante Ennio Flaiano, Autobiografia del Blu di Prussia, 1974.
*** Amici miei, atto II, regia di Mario Monicelli, 1982.